Brand sterile | Elisa Angella

Negli ultimi anni l’utilizzo sempre più diffuso del termine brand si è esteso anche agli ambiti territoriali, condizionando in toto l’idea di comunicazione del territorio e plasmandola sui modelli precostituiti e collaudati del marketing tradizionale. Si avverte dunque l’esigenza di ridefinire il territorio esplicitandone complessità e qualità intrinseche, profondamente diverse da quelle normalmente associate a prodotti commerciali e industriali.

Allargando gli orizzonti della ricerca si apprende che già nella prima metà del Settecento l’Osservatorio geografico di Weimar aveva dichiarato la morte della geografia classica, manifestando una consapevolezza geopolitica che, assumendo il territorio come «l’ambito individuato dall’esercizio e dalla pratica del potere» (F. Farinelli, 2009), ne esplicita la natura controversa.

Dagli anni Novanta, inoltre, il movimento neoliberista, sostenuto dalla rivoluzione digitale e dal dominio dei mass media, ha generato condizioni ineludibili per la nascita di una neo-politica dei confini statali alla quale è possibile ricondurre la «crisi della sovranità dello Stato, crisi della parola dello Stato, crisi della sigla dello Stato» (C. Salmon, 2014). Si discute, di fatto, attorno a una crisi del territorio politico e geografico, della sua percezione e dei suoi limiti, condizione che concerne il senso di appartenenza di ogni singolo individuo a una qualsivoglia comunità.

Il testo si propone di ripartire dalla definizione del concetto di territorio e di analizzarlo nella sua qualità di dispositivo narrativo. Ciò che si prospetta è fare emergere le connessioni tra territorio geopolitico e segno, indagando i principali fenomeni che a oggi stanno alimentando il monopolio delle logiche di branding anche dove, come nel caso del territorio, si rende necessaria l’introduzione di modelli innovativi e ipotesi progettuali lontane dal rischio di sterili retoriche.

Visualizza il testo completo.